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oblati san paolo fuori le Mura

Tre nuovi Oblati secolari a San Paolo fuori le Mura

IV DOMENICA – A
Mt 5,1-12a

1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
3«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
5Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Nel chinarci sulla Parola evangelica appena proclamata è soprattutto a voi, cari Anna, Rossella e Martin, che mi rivolgo; a voi che tra poco emetterete la vostra Oblazione secolare nella Famiglia monastica benedettina di San Paolo fuori le Mura. Questo passo che vi accingete a compiere non è un gesto formale, ma racchiude il vostro desiderio di impegnarvi a vivere il Vangelo nel cuore del mondo ispirandovi alla Regola di San Benedetto.

E quale testo potrebbe illuminare meglio il vostro cammino se non le Beatitudini proclamate da Gesù? Certo, sulle prime esse suonano paradossali perché rovesciano il nostro modo abituale di concepire la vita e scuotono le nostre certezze. Come si può, infatti, dare del beato a chi è povero, a chi piange, a chi è perseguitato?

Eppure è proprio in queste parole che Gesù ha racchiuso l’essenza del nostro essere cristiani. Lo aveva ribadito anche papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità: «Le Beatitudini – scriveva – sono la carta d’identità del cristiano. Se qualcuno di noi si domanda: “Come si fa per essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini» (n. 64).

Lo stesso san Benedetto, nella sua Regola, non ha fatto altro che tradurre le Beatitudini in un programma concreto di vita monastica che, naturalmente, voi che state per fare la vostra Oblazione, non siete chiamati a vivere nel chiostro, ma nelle vostre case, in famiglia, nei luoghi di lavoro, lungo le strade che la vita vi farà percorrere, in una parola ovunque vi verrete a trovare. Del resto, la vostra Oblazione è chiamata “secolare” proprio in riferimento alla vita del mondo, che il latino ecclesiastico chiama appunto saeculum.

In questo nostro tempo, nel quale si è così ossessionati dalla visibilità e dall’immagine che bisogna dare di sé, accompagnata dal successo e dalle ricchezze, le Beatitudini ci chiamano a una conversione dello sguardo interiore, quello che governa il nostro modo di essere e di porci nel mondo. La società nella quale viviamo, infatti, ci dice che ad essere “beati” sono i ricchi, coloro che hanno tutto e di più; che “beati” sono i potenti, coloro che si possono imporsi con la forza; che “beati” sono coloro che possono usufruire di ogni sorta di piaceri e che sembrano (sembrano!) non conoscere contraccolpi. Gesù invece, con le Beatitudini, ci indica un’altra via da percorrere, nella quale è racchiuso un altro modo di impostare la propria esistenza.

Beati i poveri in spirito

Egli ci dice, innanzitutto, che “beati” sono i “poveri in spirito”, esortandoci ad aprirci alla grazia del Signore, e non affidarci esclusivamente alle nostre pseudo-sicurezze, le quali finiscono col lasciarci in balia di sé stessi, creando – al di là delle apparenze – un vuoto interiore e un’assenza di pace. San Benedetto, anche senza citarla espressamente, allude alla “povertà di spirito” già all’inizio della sua Regola, là dove dice: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del tuo maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore». La povertà di spirito consiste, cioè, nel riconoscere che abbiamo bisogno di volgere l’orecchio del nostro cuore verso Dio per ascoltare e accogliere la sua Parola di vita, incarnata in Cristo Gesù. La “povertà di spirito” è quella libertà interiore che ci permette di attingere da Lui e dal suo Vangelo la felicità e la pace a cui aneliamo e che il mondo non sa darci, perché quelle che dà sono effimere.

Beati quelli che sono nel pianto

“Beati”, agli occhi di Gesù, sono anche tutti coloro che piangono, che portano, cioè, il peso della sofferenza nella quale si trovano. Ma aggiungerei anche coloro che sanno condividere il dolore dei fratelli, entrando in empatia con essi, coloro che sanno piangere per le tante violenze, ingiustizie e sopraffazioni di cui il mondo dà spettacolo.

In un tempo in cui si cerca di anestetizzare il dolore – sotto qualsiasi forma esso si presenti –, le Beatitudini ci ricordano che la compassione e la capacità di condividere le sofferenze altrui ci rendono più umani e perciò più vicini a Dio. Come san Benedetto ha pianto quando il Signore gli ha rivelato che Montecassino sarebbe stata distrutta dall’ondata devastatrice della guerra, così anche voi Oblati, siete chiamati a portare questa sensibilità benedettina – radicata nelle Beatitudini – al cuore delle sofferenze del mondo.

Beati i miti

I “miti” erediteranno la terra, ha detto Gesù. Umanamente parlando, ci verrebbe da dire che si tratta di un’affermazione illusoria, dal momento che nel mondo sembra prevalere la prepotenza. Tuttavia, la storia ci insegna – anche se noi non lo impariamo mai – che la violenza genera solo violenza, mentre la mitezza e la non-violenza posseggono una forza trasformatrice spesso inimmaginabile. Gli stessi monasteri benedettini hanno trasformato l’Europa non con la spada, ma con il Vangelo, il lavoro e la preghiera. Ma pensiamo anche a san Francesco e a santa Teresa di Calcutta, o, al di fuori della Chiesa cattolica, a Martin Luther King e a Ghandi.

Beati i misericordiosi

La misericordia è il cuore pulsante del Vangelo e, di riflesso, anche della Regola benedettina. La misericordia non è debolezza, ma è la forza luminosa – attinta dal Signore (cf. RB 4,74) – che sa vedere nell’altro non un nemico, ma un fratello da amare e per cui pregare, anche quando ci mostrasse inimicizia (cf. RB 4,72). Voi oblati siete chiamati a portare questo spirito di misericordia nelle vostre relazioni quotidiane.

Beati i puri di cuore

I “puri di cuore” vedranno Dio. La purezza di cuore è quella semplicità o trasparenza interiore che ci permette di vedere la realtà con gli occhi di Dio. San Benedetto ci insegna a «nulla anteporre all’amore di Cristo» (RB 4,21). In questo consiste la purezza di cuore: un cuore unificato, orientato verso l’unico necessario, il Signore. La preghiera liturgica, che voi oblati condividerete con noi secondo le vostre possibilità, è scuola che conduce alla purificazione del cuore.

Beati gli operatori di pace

Non dice “beati i pacifici”, ma “beati gli operatori di pace”: la pace è un compito attivo, una costruzione mai terminata che richiede un impegno quotidiano. La comunità monastica è una scuola dove si impara la pace, vivendo insieme superando le differenze, perdonando le offese, costruendo comunione. In un mondo lacerato da incomprensioni, da divisioni, da conflitti, siamo chiamati a essere costruttori di ponti, tessitori di dialogo, di perdono e di riconciliazione, in una parola: artigiani di pace! Siatelo anche voi, cari oblati, nei vostri ambienti di vita.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia

Questa Beatitudine è completata più avanti da quella che recita: Beati i perseguitati per la giustizia. Seguire Cristo comporta spesso andare controcorrente, scegliere la verità anche quando costa, e difenderla anche quando ci rende impopolari. Il martirio non è solo quello cruento, del sangue, ma anche quello della testimonianza quotidiana di chi aborrisce ogni forma di menzogna, di ingiustizia e di sopraffazione. Questa Basilica custodisce le spoglie dell’Apostolo Paolo, che ha vissuto questa beatitudine fino al martirio in nome di Gesù e del suo Vangelo, ponendosi come un modello di vita votata al rispetto di ogni essere umano, alla ricerca della concordia e della fratellanza universale.

Sorelle e fratelli carissimi – soprattutto voi, Anna, Rossella e Martin, che tra poco farete la vostra Oblazione –, le Beatitudini non sono un ideale irraggiungibile, bensì – come ci ricordava papa Francesco – un programma concreto di vita che Gesù propone a ciascuno di noi e che san Benedetto ha tradotto nella sua Regola attraverso quella sintesi mirabile di preghiera e lavoro, di contemplazione e azione, di immersione nella concretezza della vita e di sguardo profetico volto – alla luce della fede – verso il futuro di Dio. È così che egli ci ha tracciato la strada che conduce alla felicità, non quella effimera che il mondo promette, ma quella autentica che nasce dall’intimità con Dio e dalla comunione con i nostri fratelli e sorelle.

Ciascuno allora – in particolare voi, Anna, Rossella e Martin – si chieda: Dove devo convertire il mio sguardo per poter scrutare la realtà con gli occhi di Cristo?  Quale beatitudine, in particolare, il Signore mi chiama a vivere nel mio quotidiano per essere un riflesso del suo amore nel mondo?

Qui, in questa Basilica millenaria dove riposano i resti dell’Apostolo delle genti, ci affidiamo alla sua intercessione e a quella del N. S. Padre Benedetto. Assieme a Maria Santissima, sostengano essi il cammino dei neo-oblati e di tutti noi, e ci donino di essere testimoni credibili del Vangelo di Gesù nelle pieghe della storia nella quale ci muoviamo e viviamo. E così sia!

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