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Presentazione del Signore, l’Omelia dell’Abate Donato

2 febbraio 2026
Lc 2,22-40

Nel suo “Nunc dimittis” – ossia con le parole «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo serva vada in pace… perché i miei occhi han visto la tua salvezza, luce per illuminare le genti…» – il vecchio Simeone canta la speranza del popolo di Israele che, finalmente, ha trovato il suo compimento in quel bambino presentato al tempio da Maria e Giuseppe. Quel bambino – come dice Simeone nel prenderlo tra le braccia – è la “luce” venuta a illuminare le genti.

Ora – come scrive l’apostolo ed evangelista Giovanni (cf. 1Gv 1,5b) – “luce” è un nome di Dio e perciò in Gesù, che incontrando Simeone incontra simbolicamente l’umanità, c’è Dio che ha assunto la nostra carne proprio per essere luce del mondo, luce che vince le tenebre che oscurano il cuore dell’uomo e lo aprono al dono della salvezza.

Tuttavia, accanto all’aspetto luminoso della venuta di Gesù, ve n’è un altro che ci aiuta a meglio comprendere il mistero della sua venuta e della sua presenza in mezzo agli uomini. Simeone, rivolgendosi a Maria, lo esprime così: «Ecco, egli [il bambino] è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (vv. 34-35).

Gesù, dunque, è sì “luce del mondo”, ma è anche “segno di contraddizione”. Quella di Gesù, cioè, è una luce “contraddetta”, e lo è fin dall’inizio, come leggiamo nel Prologo del Vangelo di Giovanni: «9Veniva nel mondo la luce vera, / quella che illumina ogni uomo. / 10Era nel mondo / e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; / eppure il mondo non lo ha riconosciuto» (Gv 1,9-10).

Questa contraddizione sarà evidente in tutta la vita terrena di Gesù: sarà cercato, ma anche rifiutato; sarà amato, ma anche vilipeso; sarà osannato, ma anche perseguitato e, infine, messo a morte. Tuttavia la sua luce – combattuta e solo apparentemente sconfitta – trionferà sulle tenebre del peccato e della stessa morte.

Un esempio della contraddizione di cui Gesù è segno, lui che è venuto per la “caduta” e la “risurrezione” di molti in Israele – come diceva il vecchio Simeone –, lo troviamo nel racconto evangelico dell’uomo posseduto da uno spirito impuro. Uno volta di fronte a lui, lo spirito si rivolge a Gesù gridandogli: «Sei venuto a rovinarci?» (Mc 1,24).

Il concetto di “rovina” qui utilizzato è lo stesso di quello di “caduta”, di cui parla Simeone. L’incontro con Gesù non è mai anestetizzante. Il contatto con Lui – quando avviene senza filtri – ci strappa dalle confortevoli convinzioni e ritualità a cui spesso e volentieri siamo aggrappati, ci inquieta e ci mette in discussione, obbligandoci a scegliere: o la caduta/rovina o la risurrezione.

La caduta o rovina si verifica quando preferiamo operare scelte improntate alla morte, scelte ego-centrate e sterili, che rendono impermeabile il nostro cuore all’amore che Dio ha per noi e a quello che Egli richiede per Sé e per i nostri fratelli. La risurrezione a cui allude Simeone, invece, si sperimenta quando scegliamo di stare dalla parte della vita, di ciò che ci fa crescere nella verità di noi stessi, nella logica del bene e dell’amore, alla quale improntare con fiducia e speranza l’apertura e il dono di noi stessi agli altri.

In una sua poesia, il sacerdote e poeta David Maria Turoldo scrive:

«Cristo, mia dolce rovina,
gioia e tormento insieme tu sei.
Impossibile amarti impunemente,
dolce rovina, Cristo,
che rovini in me tutto ciò
che non è amore.
Impossibile amarti senza pagarne il prezzo
in moneta di vita.
Impossibile amarti e non cambiare vita
e non gettare dalle braccia il vuoto
e non accrescere gli orizzonti che respiriamo».

Gesù, che continua a venirci incontro proponendosi come luce e come via che conduce alla salvezza, sia anche per ciascuno di noi una “dolce rovina”.
Rovini, cioè, e purifichi tutto ciò che non corrisponde all’amore che egli ci ha insegnato e che è generatore di vita vera.
Fecondi la nostra quotidiana “ricerca di Dio” e ci sproni sulla via luminosa del Vangelo,
quella che ci chiama ad affidare la fecondità della nostra vita all’offerta di noi stessi, a imitazione di quella che Gesù ha fatto di sé al Padre;
quella che ci apre al quotidiano impegno a costruire relazioni improntate al perdono, alla concordia, alla giustizia, alla pace, alla comunione fraterna;
quella che passa per la via della croce, nella quale il seme della risurrezione, ossia della vita nuova in Cristo alla quale siamo chiamati, è già all’opera e illumina i nostri passi.
Maria e Giuseppe ci assistano e ci confortino, e ci accompagnino sulle vie indicateci da Gesù. E così sia.

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