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Mercoledì delle Ceneri 2026 a san Paolo fuori le Mura, l’omelia dell’Abate Donato

Le letture odierne ci indicano la direzione lungo la quale è chiamato a snodarsi il nostro cammino quaresimale, un cammino che intende prepararci alla celebrazione della Pasqua, cuore della nostra fede.

Prima lettura: conversione e culto interiore (Gl 2,12-18)

La Prima lettura, tratta dal profeta Gioele, racchiude una duplice liturgia penitenziale che era stata approntata per invocare dal Signore la liberazione da un duplice flagello, quello della siccità e quello dell’invasione delle cavallette.

La voce del profeta, più che a esternare con gesti eclatanti la propria afflizione, esorta alla conversione interiore: «Laceratevi il cuore e non le vesti». È da lì, infatti, dal cuore, che inizia il cambiamento. Stracciare le proprie vesti richiama la trappola del formalismo religioso, che, ovviamente, non produce alcun frutto positivo se non diventa espressione del vivo desiderio di ravvedersi dal proprio peccato e di conformare la propria condotta alla volontà del Signore.

All’inizio di questa Quaresima, il profeta ci invita dunque a lcerare il nostro cuore, ossia a portare alla luce le nostre fratture interiori, le nostre ferite e le nostre paure, per metterle dinanzi al Signore che – come ci ricorda il Profeta – è «misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male». Insomma, per dirla con san Paolo, occorre che ci «lasciamo riconciliare con Dio», ossia che rivolgiamo a Lui il nostro cuore, ferito dal peccato, perché possa essere avvolto dal suo abbraccio misericordioso e ritrovare vigore e slancio alla luce della sua presenza provvida e amorosa.

Vangelo: i “tre pilastri della terra” (Mt 6,1-6.16-18)

1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. (…) 16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Prima di insegnare ai suoi discepoli la preghiera del “Padre nostro”, Gesù fa delle affermazioni importanti circa quelli che – secondo la tradizione rabbinica – venivano definiti i “tre pilastri” della religiosità ebraica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Gesù fa sue queste tre pratiche religiose, ma le appoggia su un denominatore comune: la gratuità. Queste opere, cioè, non vanno compiute per ottenere il plauso altrui, ma unicamente per piacere a Dio Padre, a cui solo spetta la ricompensa: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6,1).

Con questo avvertimento, dunque, Gesù non mette in discussione la prassi – che si faccia digiuno, si preghi e si facciano elemosine –, ma mette in guardia dal praticare queste cose solamente per essere visti e lodati dagli altri. Quando preghiamo – ci dice Gesù – dobbiamo farlo nel segreto, e lo stesso vale per il digiuno e le elemosine. A vivificare la nostra relazione con Dio, con noi stessi e con gli altri dev’essere dunque la gratuità dell’amore che in Cristo Gesù trova la sua massima espressione.  

Detto questo, ci chiediamo: come vivere il cammino quaresimale alla luce di questi tre pilastri del digiuno, della preghiera e dell’elemosina?

Il digiuno o privazione di cibo e di bevande, è – al di là della pratica esteriore – il segno che a riempire la nostra vita e a darle un senso duraturo non sono le cose materiali, ma l’attesa di Colui che è in grado di colmare ogni nostra autentica fame e sete di giustizia, di fraternità, di pace. Il digiuno aiuta ad affinare il nostro spirito e a farci riconoscere i nostri limiti per sintonizzarci più facilmente con la grazia del Signore che forgia l’umanità nuova. Papa Leone, nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno, ha insistito perché si includano nel digiuno «altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio». In particolare, ci propone un’astensione «dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo – dice – a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male, (…), alle calunnie». In altre parole, digiuniamo da tutto ciò che non fa parte della parola vera e della vocazione a cui essa è votata per sua natura, ossia quella di trasmettere la verità e di condurre ad essa, creando relazioni genuine e feconde.

Egualmente, la preghiera non è solo un tempo che consacriamo a Dio per onorarlo e dargli lode, ma è anche un tempo in cui, riconoscendo la sua signoria sulla nostra vita, ci nutriamo della sua presenza, lasciando che i nostri passi, talora incerti, affaticati o delusi, siano raggiunti dal suo amore che illumina e dà forza.

Infine, renderci vulnerabili al Signore comporta anche aprirci all’elemosina, ossia alla carità, guidati dalla consapevolezza che siamo tutti figli dell’unico Padre che è nei cieli, e che perciò siamo chiamati a vivere come fratelli attenti e premurosi gli uni verso gli altri. Se il digiuno e la preghiera non ci aprono alla condivisione significa che non sono alimentati dalla fiamma dell’Amore che proviene da Dio stesso e che ci sospinge a cercare il bene non solo per noi stessi, ma anche per i nostri fratelli e sorelle.

Eccoci tratteggiate, sorelle e fratelli carissimi, le linee-guida sulle quali impostare il nostro cammino quaresimale. Come vediamo non si tratta di un cammino triste, ma di un cammino che intende portarci a riscoprire le coordinate essenziali della vita buona del Vangelo, quelle che rendono veri e belli i nostri giorni, illuminandoli con la luce della Pasqua. Sì, perché l’imposizione delle “ceneri” – un rito che può sembrarci lugubre – non è solo un segno della nostra inconsistenza e della nostra fragilità, ma anche e soprattutto della potenza della Grazia che, dalle nostre ceneri, può farci risorgere a vita nuova! E allora – come ci esorta a fare san Benedetto – inoltriamoci nel cammino quaresimale «con la gioia del desiderio suscitato dallo Spirito» (RB 49,7b)

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