Solennità della Conversione di San Paolo: S.Messa Conventuale Solenne presieduta dall’Abate Donato
Questa mattina, nella Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, il Rev.mo Abate Dom Donato Ogliari ha presieduto la Celebrazione della Solennità della Conversione di San Paolo, alla quale ha preso parte l’intera Comunità Monastica Benedettina di San Paolo fuori le Mura.
La celebrazione, particolarmente significativa nel luogo che custodisce la memoria dell’Apostolo delle genti, si è svolta in un clima di raccoglimento e partecipazione, nel segno della Parola e della testimonianza di Paolo, chiamato a cambiare strada per diventare annuncio vivo del Vangelo.
L’Omelia dell’Abate Donato :
FESTA DELLA Conversione di San Paolo
25 gennaio
È una grazia particolare per noi poter celebrare, in questa Basilica che custodisce i resti di san Paolo, la sua cosiddetta “conversione” o – meglio sarebbe dire – l’auto-rivelazione di Gesù, che ha illuminato e trasformato radicalmente la sua esistenza. Tale esperienza rappresentò, infatti, un vero e proprio spartiacque, decisivo e irreversibile, nella vita di Paolo, tanto da essere descritta tre volte negli Atti degli Apostoli: cap. 9,3-9 (il racconto fatto da Luca); cap. 22,6-11 (il discorso fatto da Paolo al popolo dopo l’arresto nel tempio di Gerusalemme) e cap. 26,12-18 (il discorso-difesa di Paolo davanti al re Agrippa, a Cesarea).
Ci soffermiamo brevemente sulla descrizione fatta nel cap. 9, quella che abbiamo ascoltato nella Prima Lettura. Paolo era un implacabile persecutore dei discepoli di Gesù e Luca, nel cap. 8, lo aveva già descritto come uno che «cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere» (At 8,3). Questo suo zelo religioso, che rasenta il fanatismo, nasceva dalla certezza di servire la causa di Dio dalla quale la setta dei cristiani, ai suoi occhi, andava sempre più discostandosi. Lo stesso Paolo lo rammenterà esplicitamente in seguito, quando dirà: «Io ritenni mio dovere compiere molte cose ostili contro il nome di Gesù il Nazareno. Così ho fatto a Gerusalemme: molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con il potere avuto dai capi dei sacerdoti e, quando venivano messi a morte, anche io ho dato il mio voto. In tutte le sinagoghe cercavo spesso di costringerli con le torture a bestemmiare e, nel colmo del mio furore contro di loro, davo loro la caccia perfino nelle città straniere» (At 26,9-11). Questo era Paolo prima del suo singolarissimo incontro con Gesù sulla via di Damasco quando, all’improvviso, fu avvolto da «una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”» (At 9,3c-4). Saulo – come è noto – era il suo nome ebraico mentre Paolo era quello greco-romano.
La luce dal cielo
A causa di quella luce proveniente dal cielo Paolo perde la vista e rimarrà cieco per tre giorni. Non può sfuggirci il simbolismo racchiuso nel numero tre, ossia il rimando ai tre giorni in cui Gesù è rimasto nel sepolcro prima di risorgere dai morti. Quei tre giorni rappresentano simbolicamente un tempo di morte anche per Paolo che non vede, non mangia e non beve. Solo quando Anania gli imporrà le mani, riacquisterà la vista, sarà battezzato e riprenderà le forze, ossia ricomincerà a vivere, ma, questa volta, di una vita nuova. La luce di Gesù ha illuminato la sua esperienza di “tenebra”, ossia quella cecità spirituale che gli aveva impedito di riconoscere in Gesù il Figlio di Dio. In qualche modo la cecità di Paolo vuol farci capire che la vera conversione – ossia la conformazione a Cristo – passa attraverso l’apertura del cuore e della mente a Gesù-luce e alla nuova vita che egli dischiude con il suo Vangelo.
Identità Divina di Gesù e sua identificazione con i discepoli
Oltre al simbolismo della luce, non può sfuggirci neppure il contenuto della voce, anch’essa proveniente dal cielo. Essa, infatti, non si rivolge a Paolo dicendogli – come ci saremmo aspettati – «Perché perseguiti i miei discepoli?», bensì: «Perché mi perseguiti?». E alla domanda di Paolo: «Chi sei, o Signore?», la voce risponde: «Io sono Gesù», e nuovamente: «che tu perseguiti!» (v. 5).
L’elemento straordinario, che lascia esterrefatto lo stesso Paolo, è in primo luogo la scoperta che Gesù di Nazaret, che egli credeva nemico di Dio e della religione ebraica e che sapeva essere morto, era invece vivo ed era addirittura partecipe della gloria divina. La luce che lo atterra e lo acceca è, infatti, un tratto caratteristico delle teofanie dell’Antico Testamento. La prima scoperta di Paolo è, dunque, di natura cristologica. Riguarda la divinità di Gesù, una divinità che gli si è rivelata attraverso i tratti dell’amore. Di fatto, «Paolo scopre in tutta la sua insospettabile gratuità l’amore di Cristo, un amore preveniente e generoso: Gesù si preoccupa di salvare il suo persecutore!» (B. Maggioni).
In secondo luogo Paolo scopre la profonda realtà della Chiesa, la comunità che si andava formando attorno a Gesù risorto. Scopre l’esistenza di una misteriosa comunione, quasi un’identità tra il Cristo e i suoi discepoli, per cui perseguitare loro equivale a perseguitare lo stesso Cristo. Ci può aiutare, al riguardo, il concetto di “Totus Christus”, il “Cristo totale”, sviluppato da sant’Agostino per indicare l’unione mistica tra il Cristo-capo e la Chiesa suo corpo. Il Cristo totale è capo e corpo insieme. Cristo non è completo senza la sua Chiesa e forma con essa come un unico organismo vivente. Per tornare all’apostolo Paolo, questa è dunque l’altra grande verità – di natura ecclesiologica – che diventa chiara ai suoi occhi: quando si tocca un discepolo di Gesù, si tocca Gesù stesso! L’implicazione ecclesiologica è evidente: la Chiesa non è una realtà staccata da Cristo Gesù, ma è a Lui unita in maniera misteriosa e indissolubile.
Ricapitolando, l’evento di Damasco ha costituito la personale “chiamata” di Paolo, avvenuta attraverso l’incontro con il Cristo Risorto che gli si è presentato come “luce”. Da quel momento, tutta la sua intelligenza, le sue capacità e il suo zelo – prima utilizzate a sostegno della religione ebraica – vengono radicalmente rimotivate e indirizzate al servizio di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa.
Sulla via di Damasco, Paolo fu a tal punto «conquistato da Cristo Gesù» (Fil 3,12), che da quel momento in poi la sua vita sarà tutta e solo centrata su di Lui, tanto da reputare “spazzatura” (cf. Fil 3,7-9) tutto quello che prima aveva costituito un motivo di vanto. Ormai nell’intimo di Paolo si era instaurata una vertiginosa equazione che niente e nessuno avrebbe potuto alterare e che egli stesso condenserà nelle parole: «Per me vivere è Cristo» (Fil 1,21), e ancora: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
La conversione di Paolo è stato un evento di pura grazia, frutto dell’iniziativa divina, come – ancora una volta – egli stesso testimonierà: «Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1Cor 15,10). Lo ha, infatti, trasformato in un indomito annunciatore del Vangelo, nell’insuperabile Dottore delle Genti.
L’apostolo Paolo interceda per noi e, col suo esempio, ci aiuti a mettere Gesù al centro della nostra vita e a riconoscerlo nel volto dei nostri fratelli e sorelle, la terra familiare nella quale egli si rende presente perché, insieme, possiamo rendere testimonianza al suo Vangelo con una vita che emani il suo profumo (cf. 2Cor 2,15), ossia l’amore che salva. E così sia!
Nel pomeriggio, alle 17.30, la Basilica accoglierà il Santo Padre Leone XIV per la celebrazione dei II Vespri della Solennità.
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