Veglia Pasquale 2026, l’omelia del Rev.mo Abate Donato Ogliari
Veglia Pasquale 2026
Anno A – Mt
In questa Notte santa celebriamo l’evento che fonda la nostra fede: la Risurrezione del Signore Gesù, ossia il trionfo sulla morte che ha segnato l’ingresso della sua umanità (e della nostra) nella vita senza fine in Dio, là dove risiede anche il nostro destino ultimo.
Celebrare questo mistero, però, non significa solamente accontentarci di contemplare la vita futura che il Risorto ci ha dischiuso, ma significa anche dar maggior consistenza evangelica alla nostra vita di quaggiù, quella nella quale ci muoviamo quotidianamente, guardando ad essa con occhi nuovi, ricolmi, appunto, della Luce del risorto! Può darsi, infatti, che in noi ci sia qualche lato oscuro che ha bisogno di essere raggiunto da questa luce; qualche aspetto che ci mortifica e che, oltre a far soffrire noi, è fonte di sofferenza anche per gli altri.
Se poi ci guardiamo attorno, non è difficile costatare la presenza di tanta miseria, ingiustizia, violenza, guerre fratricide. Sembra che la forza bruta e il rumore delle armi abbiano la meglio sulla ricerca del dialogo e della fraternità, tanto che talora ci assale anche un senso di delusione e di impotenza nel constatare – almeno in superficie – il poco interesse che il Mistero pasquale di Gesù suscita nei cuori e nelle menti di tanti nostri fratelli, anche quelli che si dicono cristiani, e il debole impatto che la nostra testimonianza di credenti ha sulla vita dell’umanità.
Nonostante ciò, noi crediamo che la Risurrezione con la quale Gesù crocifisso ha avuto l’ultima parola sulla morte, distruggendola, sia anche in grado di frantumare ogni dubbio, ogni indifferenza, ogni ipocrisia e ogni malvagità che si annida nel cuore dell’uomo, aprendo quest’ultimo a desideri di pace, di giustizia e di concordia.
È con questa certezza che, in questa notte santissima, celebriamo con stupore, grato e riconoscente, l’amore indefettibile di un Dio che, nel Figlio suo Gesù, crocifisso e risorto, non ha disdegnato di raggiungerci al cuore delle nostre debolezze e iniquità. Ne è garanzia la forza vivificatrice con cui Dio – facendo risorgere Gesù dai morti – ha risposto alla violenza omicida e disgregatrice di cui quest’ultimo era stato vittima.
Gesù risorto è la mano che Dio ha teso all’umanità ancora alle prese con la potenza del male, le sue prevaricazioni e le sue ingiustizie, con il dolore inflitto agli innocenti e con gli orrori delle guerre.
Tuttavia, perché possiamo afferrare questa mano che Dio ci ha teso in Cristo Gesù, morto e risorto, occorre che non ci lasciamo attanagliare dalla morsa della paura, poiché quest’ultima ci porta istintivamente a reagire alle difficoltà asserragliandoci in noi stessi, erigendo muri, rispondendo al sospetto col sospetto, al disprezzo col disprezzo, alla violenza con la violenza, tutto il contrario, cioè, della mitezza e della bontà che Gesù ci ha insegnato.
L’invito a non temere, rivolto alle donne che si erano recate al sepolcro il mattino di Pasqua sia dall’angelo sia da Gesù risorto, risuona in tutta la sua portata anche per ciascuno di noi oggi. Non dobbiamo aver paura! Rotoliamo via la pietra che, occludendo l’ingresso del nostro cuore, gli impedisce di aderire con fiducia al Signore; lasciamo che in esso penetri la luce gioiosa del Cristo Risorto, apportatrice di vita nuova, di parole e gesti nuovi, inneggianti alla vita e non alla morte!
Tra poco manifesteremo insieme la nostra disponibilità a lasciarci ispirare e guidare dal Vangelo di Gesù, riaffidandoci a quella forza luminosa che abbiamo ricevuto al momento del nostro battesimo, quando siamo stati immersi nel suo mistero di morte e risurrezione, fonte della vera vita.
Rinnovando le promesse battesimali affermeremo la nostra rinuncia al Maligno e alle sue suggestioni e professeremo la nostra fede in Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa professione, fatta con le labbra, esprima l’adesione del cuore e si trasformi in un rinnovato impegno, per ciascuno di noi, a vivere una vita da risorti, a fare, cioè, della nostra vita un “canto di lode al Signore”, un Alleluia continuo in consonanza con il Vangelo. Come scrive sant’Agostino,
«Alleluia significa “lodate il Signore”. Lodiamo il Signore, fratelli, con la vita e con le labbra, col cuore e la bocca, con la voce e la condotta. Dio vuole che noi cantiamo l’alleluia, senza che ci siano stonature in colui che canta. Facciamo sì che la nostra vita e le nostre labbra, la nostra voce e la nostra condotta siano all’unisono. Lo ripeto: il nostro bel canto non condanni la nostra cattiva condotta. Cantiamo l’alleluia pur in mezzo alle preoccupazioni, perché possiamo cantarlo un giorno nella pace totale. Cantiamo l’alleluia in mezzo ai pericoli e alle tentazioni, tutti insieme. Su questa terra il cantore deve morire, in cielo vivrà per sempre. Quaggiù canta la speranza, lassù il possesso. Quaggiù è l’alleluia del cammino, lassù quello della patria. Canta come fa il viandante, canta, ma cammina. Canta per sostenere la fatica, non lasciarti prendere dall’indolenza. Canta e cammina. Che significa: cammina? Avanza, avanza nel bene. Avanza in rettitudine di fede, in purezza di vita. Canta e cammina».
Sorelle e fratelli carissimi, l’Alleluia che è gioiosamente risuonato in questa notte di Pasqua è il canto che la Chiesa, in cammino lungo i sentieri della storia, rivolge continuamente al Signore affinché renda la vita dei credenti un ininterrotto canto di amore, un canto che si esprima nella ricerca quotidiana
del bene, della giustizia e della pace.
E così sia! Buona Pasqua a tutti!

























