Pontificia Università Gregoriana, Presentazione del volume “San Paolo fuori le Mura 1823. Incendio e ricostruzione”
Si è tenuta martedì 16 giugno 2026 presso la Pontificia Università Gregoriana la presentazione del libro San Paolo fuori le Mura 1823. Incendio e ricostruzione a cura di Roberto Regoli – Ilaria Fiumi Sermattei.
Tra gli interventi, quello dell’Abate Donato che riportiamo di seguito nella sua verisone integrale:
San Paolo fuori le Mura 1823. Incendio e ricostruzione
Roma, Campisano, 2026
a cura di Roberto Regoli – Ilaria Fiumi Sermattei
Pontificia Università Gregoriana – Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa
Donato Ogliari, OSB
Abate dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura
Se l’opinione pubblica – anche quella non cattolica – rimase fortemente impressionata dal disastroso incendio che nel 1823 devastò la basilica ostiense, la comunità monastica benedettina di San Paolo fuori le Mura accusò il colpo in modo più intimo e doloroso.
In una Relazione scritta all’indomani dell’incendio, il monaco incaricato di stenderla descrive così il proprio stato d’animo e quello dei confratelli paolini dinanzi alla grave perdita subita:
«…a gran stenti si ottenne di salvare le due Cappelle del Sagramento, e del Santissimo Crocefisso, il Monastero, e quei pochi residui di quella sì rinomata, e celebre Basilica la di cui rovina farà sempre sgorgare amare lagrime dagli occhi di chi è stato testimonio di un sì repentino, e fatale eccidio, e specialmente dei Monaci tutti, i quali per il lasso di tanti Secoli sono stati gelosi custodi di un sì Venerando Monumento, e non hanno mai risparmiato cosa veruna per conservarlo illeso alla posterità».
Non so se l’anonimo estensore di queste righe abbia potuto vedere con i suoi occhi la rinascita della basilica paolina, almeno quella riguardante la nave traversa, riconsacrata solennemente da papa Gregorio XVI nel 1840. Se sì, egli avrà finalmente potuto sostituire alle “amare lagrime” di anni prima, nuove lacrime, questa volta di gioia, e avrà senza dubbio ribadito la volontà dei monaci di continuare, senza risparmio di energie, ad essere i “gelosi custodi” del tempio che si andava ricostruendo e che, ai loro occhi, continuava ad essere un tutt’uno col monastero.
Per inciso, val la pena ricordare che, nel clima di tristezza e incredulità generato dall’incendio, la notizia della catastrofe abbattutasi sulla Basilica di San Paolo flM fu tenuta nascosta al pontefice di allora, il benedettino Pio VII, già malato e prossimo alla fine (morirà poco più di un mese dopo, il 20 agosto 1823). Per non angustiarlo e per evitare che anche lui – al pari dei monaci benedettini – versasse “amare lagrime”, si preferì stendere un velo di silenzio su quanto accaduto. Era noto, infatti, l’affettuoso legame che univa Pio VII a San Paolo fuori le Mura. Lì, nell’Ateneo del monastero ostiense – l’incipiente “Collegio Sant’Anselmo” – egli aveva compiuto, da giovane monaco, la sua formazione teologica e, in seguito, vi aveva insegnato come lettore, ricoprendo al contempo il ruolo di Priore della comunità monastica.
Ritornando all’incendio del 1823, è noto che se la basilica e i suoi elementi decorativi ne uscirono fortemente danneggiati, il monastero, con il suo bellissimo chiostro duecentesco, fu invece risparmiato. Di fatto esso fu interessato solo in maniera molto marginale dal lungo e complesso cantiere che, al di là dell’auspicata e rassicurante intenzione di ricostruire l’antico edificio di culto in pristinum, avrebbe trasformato la basilica ostiense in qualcosa di inevitabilmente nuovo e diverso. Il risultato finale, come è a tutti evidente, fu una riproposizione ibrida dell’antico monumento cristiano.
Tuttavia, ciò non impedì che i due poli ostiensi – la basilica e l’abbazia – ritornassero a dialogare tra di loro all’interno di una rinnovata coesistenza, sulla falsariga di quella che in passato aveva permesso alle due realtà di trovare il loro inveramento in una reciproca e armoniosa compenetrazione. E quel che qui ci interessa sottolineare è che il desiderio di mantenere viva questa osmosi ha contribuito a favorire anche nella comunità monastica benedettina una riflessione sul proprio passato, riletto con uno sguardo non meramente replicante, ma intriso di speranza e aperto al futuro. Di fatto, con la ricostruzione della basilica si trattava, anche per la comunità monastica, di trovare un proprio riposizionamento tra passato, presente e futuro o, altrimenti detto, tra antico e moderno, e la riflessione che scaturì produsse un fecondo ripensamento a livello spirituale, culturale e artistico che andò oltre i confini della stessa abbazia.
A tal proposito vorrei accennare a un fenomeno che, pur affondando le proprie radici nel monastero paolino, si manifestò a diverse centinaia di chilometri da Roma, e precisamente nel cuore della Foresta Nera, in Germania. Mi riferisco alla nascita, nella seconda metà del XIX secolo, del movimento artistico della cosiddetta Beuroner Kunstschule, la Scuola d’Arte di Beuron, nata nel 1863 nel monastero di San Martino, appunto a Beuron, nel Baden-Württemberg. Questo monastero – dapprima benedettino, poi passato ai canonici agostiniani e, infine, soppresso nel 1802 – fu il luogo prescelto in cui avviare la restaurazione monastica benedettina in Germania. Qui, infatti, nel 1863, giunsero i rifondatori, i fratelli Dom Mauro e Dom Placido Wolter, monaci dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura, dove avevano emesso la professione monastica tra il 1856 e il 1857, ossia 2/3 anni dopo la riconsacrazione dell’intera basilica ostiense, avvenuta, per opera di papa Pio IX, il 10 dicembre 1854.
Il gruppo di monaci artisti che si formò nel monastero di Beuron, soprattutto sotto la guida di Dom Desiderius Lenz, mirava a elaborare una nuova forma di arte sacra, che fosse rinnovatrice e adatta ai tempi moderni, pur rimanendo fondata sugli archetipi della tradizione figurativa primitiva, solenne, ieratica e stilizzata, anti-naturalistica e anti-mimetica, e riservando una particolare attenzione alla scelta di materiali preziosi e all’integrazione organica delle arti decorative con l’architettura. Soprattutto, l’arte beuronese si distinse per essere un’arte tutta orientata alla celebrazione liturgica. Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, la definì un’«arte religiosa pura», «piena di mistero, e di fede», un’arte che «non distrae», che «fa meditare, fa pregare»[1].
Indubbiamente, il tentativo messo in atto dalla Beuroner Kunstschule fu – mutatis mutandis – una sorta di prosecuzione di quel che era avvenuto a San Paolo fuori le Mura negli anni della ricostruzione della basilica, quando il passato fu in qualche modo ri-significato in chiave moderna. A Beuron ad essere interessata fu soprattutto l’interazione tra arte e spiritualità.
Dopo questi excursus nel XIX secolo, ritorniamo a noi, all’evento di oggi. Il volume che questa sera viene presentato raccoglie gli Atti del Convegno promosso nel 2023 dalla Basilica e dall’Abbazia di San Paolo fuori le Mura, in occasione dei 200 anni dall’incendio della basilica. Mi pare che il punto di forza del volume consista nel fatto di dare sostanza a una riflessione che, pur riguardando il passato, le vicende dell’incendio della basilica e della sua ricostruzione, investe anche il presente e il futuro.
Siamo perciò molto grati ai curatori, al Prof. Don Roberto Regoli e alla Dott.ssa Ilaria Fiumi Sermattei, per aver offerto il proprio qualificato contributo di coordinamento e di ricerca che ha portato alla realizzazione di un volume che illumina uno snodo fondamentale della storia di San Paolo fuori le Mura. Il ringraziamento si estende naturalmente anche agli altri autori che hanno dato il loro contribuito partendo dai più diversi approcci disciplinari, dalla storia politica alla storia dell’arte e dell’architettura, dall’archeologia all’archivistica, dalla teologia alla ecclesiologia. Mi si consenta inoltre di ricordare che alcuni di questi autori hanno potuto usufruire della preziosa documentazione presente nell’Archivio dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura, e a tal proposito desidero ringraziare i nostri archivisti, Don Jean Bosco Zougmoré e la Dott.ssa Romina Di Vizio, per il tempo e la competenza messi a disposizione degli studiosi, e la Dott.ssa Silvia Colombano che, nel corso degli anni, ha sistemato i numerosi faldoni contenenti le carte della basilica ostiense.
Last but not least – il mio vivo ringraziamento va anche al moderatore, il Prof. Ottavio Bucarelli, Direttore del Dipartimento di Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana, e ai relatori, il Prof. Pierangelo Gentile e la Dott.ssa Alessandra Rodolfo, che ci guideranno nella lettura del volume e nell’esame dei suoi contributi. Grazie per l’ascolto.
[1] Affermazioni che il giovane sacerdote Giovanni Battista Montini, dopo una visita al monastero tedesco compiuta nel 1928, aveva affidato a un articolo apparso sulla rivista “Studium”.

