Solennità di S.Benedetto Abate, Patrono d’Europa | La professione Temporanea di D. Jefon a San Paolo flM
Nel giorno della memoria liturgica di San Benedetto Patrono d’Europa, la comunità Monastica di San Paolo fuori le Mura ha vissuto con gioia la Professione Temporanea di D.Jefon Fiktor Manao osb.
Nell’omelia, l’Abate Donato ha ricordato come la vita monastica benedettina sia anzitutto una continua ricerca di Dio, guidata dalla Regola e fondata sull’ascolto della Parola.
«Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del Maestro»: è l’invito con cui si apre la Regola di San Benedetto e che, come ha sottolineato il Padre Abate, continua a indicare la disposizione fondamentale del monaco: un ascolto umile, docile e profondo, capace di trasformare la Parola in vita.
Rivolgendosi a Dom Jefon, ha ricordato che seguire Cristo significa affidarsi a Lui con fiducia, certi che lasciare tutto per il Vangelo non è una perdita, ma il cammino verso una pienezza di vita che il Signore promette già nel presente e compirà nella vita eterna.
Le immagini raccontano alcuni dei momenti più significativi della celebrazione, tra cui la consegna della Regola di San Benedetto, segno dell’impegno assunto nella sequela di Cristo e nella vita della comunità monastica.
SOLENNITÀ DI S. BENEDETTO
11 luglio 2026
Abbracciare la vita monastica benedettina significa scegliere di fare della propria vita una continua ricerca di Dio, sotto la guida di una Regola che ha nella Sacra Scrittura la sua bussola: «In verità – scrive Benedetto – quale pagina o quale parola d’autorità divina dell’Antico e del Nuovo testamento non è rettissima norma per la vita umana?» (RB 73,3).
È condividendo questa certezza, dunque, che vogliamo lasciarci raggiungere dalla Parola che il Signore ci ha offerto quest’oggi, accogliendola – assieme al nostro fratello Jefon, che si appresta a emettere la Professione temporanea – come Parola di vita che ci orienta nel nostro cammino di sequela di Gesù, volto del Padre e via che conduce a Lui.
Prima lettura (Pr 2,1-9)
La prima lettura ci ha invitato a “tendere l’orecchio alla sapienza” che viene da Dio, indicando in tal modo l’importanza che l’ascolto riveste non solo nella vita di tutti i giorni – nella complessa trama di relazioni che instauriamo con i nostri simili e con la realtà che ci circonda – ma anche per la nostra vita di fede, pure essa profondamente legata all’ascolto.
Non meraviglia dunque che la dimensione dell’ascolto occupi un posto centrale anche nella Regola di san Benedetto. Lo testimonia quell’imperativo posto all’inizio del Prologo: «Ascolta (“obsculta”), o figlio, gli insegnamenti del Maestro». Il fatto che il testo della Regola si apra con questo imperativo, ci fa pensare al “La” che all’inizio di un’esecuzione orchestrale viene suonato affinché tutti gli strumenti possano accordarsi. Con quell’esortazione, “Ascolta!”, è come se san Benedetto desse il tono, richiamasse cioè l’attitudine di fondo, cioè l’ascolto umile e docile, che permette al monaco di armonizzare il suo cammino di ricerca di Dio.
Che si tratti poi soprattutto di un ascolto interiore, Benedetto lo specifica subito dopo, quando, dopo aver detto: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del Maestro»,aggiunge: «e volgi a essi l’orecchio del tuo cuore, e accogli docilmente l’esortazione che ti dà un padre che ti ama e mettila in pratica con fermezza». Questo ascolto cordiale, illuminato dalla fede e dalla certezza di essere amati da Dio, mira dunque all’assimilazione interiore della sua Parola e alla sua concreta attuazione nella propria vita. Si tratta dunque di un ascolto vivificante, libero e liberante, che si contrappone alla dittatura del nostro “io”, della nostra volontà, e si apre alla ricerca e all’attuazione del bene sotto lo sguardo del Signore e sotto la guida del suo Vangelo (cf. RB, Prol. 21).
Il «tendere l’orecchio alla sapienza» – come ci ha esortato il brano del Libro dei Proverbi – suona perciò come un invito a mantenere spalancato e teso all’ascolto non solo l’orecchio del nostro corpo, ma anche e soprattutto quello del cuore, perché è lì che Gesù e il suo Vangelo cercano un terreno fertile nel quale innestarsi e generare frutti abbondanti di vita.
Seconda lettura (Ef 4,1-6: forma breve)
Quali siano i frutti di vita, ce ne offre qualche esempio la seconda lettura, là dove l’apostolo Paolo esorta i cristiani di Efeso a comportarsi con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, e li invita a sopportarsi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Sentiamoci anche noi esortati ad ascoltare la voce del Signore che ci sollecita a far prevalere uno sguardo d’amore sugli altri, e a conservare i beni preziosi dell’unità e della pace, a Lui così cari.
Vangelo (Mt 19,27-29)
Da parte sua, la Parola di vita consegnataci nella pagina evangelica ci invita a rafforzare una disposizione interiore fondamentale: la fiducia nel Signore. Nel nostro brano la fiducia che Gesù richiede ai suoi discepoli va inquadrata alla luce di quello che precede, ossia della cosiddetta “vocazione mancata” del giovane ricco e dell’insegnamento sul pericolo delle ricchezze.
Come abbiamo sentito, Pietro, a nome degli apostoli, fa presente a Gesù che essi hanno effettivamente lasciato tutto (casa, affetti, lavoro) per seguirlo, scegliendo di riporre la propria fiducia nel Cristo, il Figlio del Dio vivente e non nelle ricchezze. Quindi termina chiedendogli: «Che cosa dunque ne avremo?». A questo bisogno istintivo di sapere che cosa avrebbero ottenuto in cambio delle loro rinunce, Gesù risponde che lasciare tutto per andargli dietro non è una perdita, ma un guadagno, e aggiunge che chi lo segue riceverà “cento volte tanto” e, in eredità, “la vita eterna”.
Carissimo Jefon – e tutti noi qui presenti – lasciare tutto per seguire Gesù è più facile a dirsi che a farsi, e tuttavia – come diceva san Paolo VI – se riponiamo la nostra fiducia nel Signore, scopriremo che se la sequela di Lui non è facile, essa è però felice, di una felicità che egli ha promesso e che non riguarda solo il nostro cammino di quaggiù, ma sconfina, anticipandola, nell’eterna comunione con Dio.
È vero – e lo ribadiamo – stare dalla parte di Gesù e camminare dietro di Lui è esigente. Egli non ci dispensa dalla fatica di conformarci al suo Vangelo e di testimoniarlo a un mondo che appare distratto e che, più che dalle cose di Dio – spesso considerate superflue – è affascinato dalle lusinghe di chi propina ricette di pseudo-felicità a basso prezzo e gratificazioni effimere. Tuttavia, anche quando nella nostra vita e nella nostra testimonianza di fede incontriamo delle difficoltà che ci paiono insormontabili e affiora la tentazione dello scoraggiamento, anche allora il Signore ci chiede di fidarci di Lui e di affidarci a Lui!
Quel che Gesù ci promette, caro Jefon, è nientemeno che una piena realizzazione di noi stessi in questa vita. Il “cento volte tanto” che riceve chi decide di seguirlo riguarda la qualità della nostra esistenza e si gioca nelle pieghe della nostra storia quotidiana, arricchita e resa sensata dalla presenza amorosa del Signore che cammina al nostro fianco. Ecco perché occorre che ci fidiamo di Gesù e ci affidiamo a Lui con cuore umile e docile, disposti, se necessario, a lasciarci mettere in gioco, a rischiare, prendendo in mano la nostra vita e indirizzandola con decisione sulla via del Vangelo, la via della vera vita.
Una parola, infine, sull’altra parte della promessa di Gesù, quella riguardante la “vita eterna” che riceveranno in eredità quanti avranno messo Lui al primo posto non anteponendogli nulla, come dice san Benedetto nella sua Regola (RB 72,11).
La menzione della vita eterna ci riporta a un aspetto essenziale della nostra fede cristiana, che molti però hanno confinato nel dimenticatoio, assorbiti come sono dalle preoccupazioni di ogni giorno. Quello che vuole ricordarci Gesù è che la nostra vita di credenti ha bisogno di essere animata da una tensione escatologica, ossia da uno sguardo che ci aiuti a vivere le realtà terrene alla luce di una dimensione altra – la vita inesauribile di Dio – capace di conferire al nostro cammino di quaggiù pienezza e significato. Come scrive papa Leone XIV:
«È possibile inserirci nel seno di quella vita inesauribile [di Dio], anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione “infinita”. Così avviene la ri-creazione dell’umano: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove”» (2Cor 5,17) (Magnificat humanitas 127).
La promessa di Gesù di ottenere il centuplo e la vita eterna sostengano la tua Professione religiosa, carissimo Jefon, e fecondino di bene e di gioia vera la tua vita monastica, perché tu possa contribuire efficacemente a rendere più evangelicamente luminosa la testimonianza di questa comunità di San Paolo fuori le Mura che ti ha accolto nel suo seno.
Noi siamo felici di accompagnarti e di camminare insieme con te, affinché – come dice il N. S. Padre Benedetto – «non allontanandoci mai dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una fedele adesione alla sua dottrina, possiamo partecipare per mezzo della pazienza ai patimenti di Cristo e meritare di essere associati al suo regno» (RB, Prol. 50).
E così sia!









































































