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Messa Esequiale di P.D.Cristoforo Venezia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura

OMELIA PER LA MESSA ESEQUIALE
di P. D. Cristoforo Venezia
2 ottobre 2026

Il passo evangelico proclamato descrive bene lo stato d’animo con cui il monaco si pone alla ricerca di Dio, quello cioè di chi è consapevole che è Dio stesso a rendere possibile tale ricerca, perché è Lui che, per primo, gli va incontro. Ecco perché la ricerca di Dio che caratterizza la vita monastica benedettina si declina anche come attesa. Il monaco, infatti, cerca Dio e nello stesso tempo attende che il suo venirgli incontro si renda manifesto e la sua presenza da lui riconosciuta e accolta.

L’esortazione di Gesù a essere «pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese», va compresa su questo sfondo. Non si tratta, infatti, di un semplice invito a farsi trovare pronti quando la morte arriverà, ma richiama l’attesa vigile e la prontezza nel cogliere le innumerevoli occasioni con cui il Signore si fa presente nella nostra vita per illuminarla, sostenerla e guidarla, occasioni che tocca a noi riconoscere e afferrare senza indugio, soprattutto nel tempo della prova e del dolore, quando cioè tocchiamo con mano l’intrinseca fragilità della nostra condizione umana.

Mi sono spesso chiesto come lo spirito di D. Cristoforo reagisse a questa fragilità, soprattutto quando ha dovuto confrontarsi con il declino fisico e cognitivo che negli ultimi mesi lo hanno condotto a una progressiva chiusura e all’auto-isolamento. Le manifestazioni esteriori che si riusciva a percepire erano piuttosto rivelatrici di un carattere caparbio e a tratti spigoloso, e offuscavano, lasciandole inespresse, le risonanze del suo mondo interiore.

Tuttavia, dietro quell’apparente muro, c’era un cuore sensibile, un cuore che, nella parte più intima e vera, anelava all’amore di Dio che, a modo suo, D. Cristoforo cercava e di cui attendeva le manifestazioni. Sono, infatti, persuaso che nei meandri sotterranei del suo spirito, egli sia rimasto saldamente ancorato alla roccia della fede; quella fede che guida e sorregge anche nei momenti più difficili coloro che l’abbracciano con fiducia; quella fede che lo aveva sostenuto lungo il corso di un’esistenza non sempre facile, spesso ferita e sofferta, e che ha continuato ad accompagnarlo come una forza segreta e luminosa – anche quando non affiorava in superficie – un po’ come un fiume carsico che, anche quando scompare dalla vista, continua la sua corsa nelle vene della terra.

Amo pensare che sia questo ancoraggio nella fede ciò che ha consentito a D. Cristoforo di trascorrere oltre quarant’anni nel nostro monastero di San Paolo fuori le Mura, gioendo, soffrendo, pregando, lavorando, sforzandosi di cercare Dio e di riconoscerne le tracce nei solchi della quotidianità, e sforzandosi di camminare assieme ai fratelli che il Signore gli aveva posto accanto nella comunità.

Per chi non lo sapesse, D. Cristoforo era approdato al monastero in età adulta, dopo una lunga ricerca della propria vocazione. Dopo aver interrotto gli studi presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino, e dopo aver trascorso qualche anno presso la “Comunità Maria” del Monte Argentario (una realtà laicale del Rinnovamento Carismatico Cattolico), nel 1985, a 37 anni, bussò alla porta dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura dove, dopo un periodo di formazione iniziale, fu ammesso alla Professione monastica e agli Ordini sacri.

In comunità D. Cristoforo ha ricoperto diversi incarichi: è stato bibliotecario e aiuto-archivista, infermiere, vice parroco, maestro dei novizi e vice priore. Soprattutto, l’ufficio che ha ricoperto con dedizione per più di trent’anni è stato quello di Penitenziere minore di questa Basilica Ostiense. Nel suo ministero sacerdotale è indubbiamente questo il servizio nel quale egli ha dato il meglio di sé, traducendo concretamente anche il significato del suo nome: Cristoforo, “colui che porta Cristo”. Difatti, per i tanti penitenti che ha ascoltato e assolto nel Sacramento della riconciliazione egli è stato uno strumento della misericordia divina, ha davvero offerto loro il perdono di Dio, ossia quel suo Amore sovrabbondante e infinito che Gesù era venuto a mostrarci.

Sorelle e fratelli carissimi, sostenuti dalla fede nel mistero della risurrezione che Cristo Gesù ha inaugurato e che professiamo e celebriamo in queste esequie del nostro fratello D. Cristoforo, lo vogliamo affidare con fiducia ai Santi Arcangeli – che martedì notte hanno raccolto il suo ultimo respiro – e ai Santi Angeli custodi, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica, affinché siano essi a condurlo al cospetto del Padre. E Colui che è fonte di misericordia lo accolga nelle sue braccia misericordiose e, dopo averlo purificato da ogni colpa, gli conceda di contemplare il Suo Volto, come Giobbe aveva proclamato: «Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, / senza la mia carne, vedrò Dio. / Io lo vedrò, io stesso, / i miei occhi lo contempleranno e non un altro» (Gb 19,27). Sì, ora che è nella vera pace, D. Cristoforo può contemplare il volto di Dio senza il diaframma frapposto dalla nostra umanità fragile e peccaminosa. Ora, avvolto nella luce divina della Verità e della Misericordia, può comprendere con chiarezza l’Amore infinito del Padre che ha tanto cercato nella sua vita di quaggiù e che ora può finalmente gustare senza ombre.

Riposa, dunque, in pace, D. Cristoforo. La Vergine Santa, la Madre di Misericordia, che tante volte hai invocato quand’eri su questa terra, interceda per te perché tu possa essere introdotto a far parte della schiera dei monaci che ci hanno preceduto e che ora innalzano a Dio la lode perfetta. Insieme con loro prega anche tu per i tuoi confratelli e per i tuoi cari, ossia per tutti noi che ancora viviamo tra le vicende di questo mondo, affinché possiamo perseverare saldi nella fede, nella speranza e nella carità, e possiamo anche noi, un giorno, raggiungere la Casa del Padre dove potremo contemplare Dio faccia a faccia e vivere del suo Amore che non conosce tramonto.    

AMEN.

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