Commemorazione di tutti i fedeli defunti a San Paolo fuori le Mura
Commemorazione di tutti i fedeli defunti
2 Novembre
SIAMO NELLE MANI DI DIO
«Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,39-40).
Queste parole tratte dal brano evangelico appena proclamato sono ricche di consolazione e di luce. Con esse, infatti, Gesù ci rassicura circa la volontà del Padre suo, e cioè che egli non perda nulla di quanto gli è stato dato. Tutti coloro che crederanno in Lui e guarderanno a Lui come alla stella polare della propria esistenza, otterranno dunque la vita eterna e, nell’ultimo giorno, la risurrezione.
Sia in vita che in morte il credente sa di essere nelle mani di Dio. Poiché il Cristo risorto ha vinto la morte, quest’ultima non può più essere definita semplicemente come la conclusione della vita terrena. Al contrario, alla luce della fede essa rappresenta l’ingresso nella vita eterna di Dio.
Come scriveva lo scrittore e poeta tedesco Rainer Maria Rilke, «la nostra morte è la parte della vita che dà sull’altrove. Quell’altrove che sconfina in Dio». Similmente, san Giovanni Paolo II definiva la morte come l’«attimo che salpa verso l’infinito», ossia quel momento in cui «l’attimo e l’eterno si confondono».
Per noi cristiani, la morte è proprio questo punto di sutura o di raccordo tra la vita terrena che volge al termine e l’inizio di una vita che non conosce tramonto, quella in Dio. L’ultima parola è Sua, di un Dio che è il Dio dei vivi e non dei morti.
È importante, sorelle e fratelli carissimi, che noi rinfocoliamo la nostra fede alla luce di questa prospettiva. Diversamente, non avrebbe alcun senso il nostro commemorare quei fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nell’aldilà e che sono entrati nella luce eterna di Dio.
Se con la loro morte non fossero salpati verso l’infinito di Dio – «nell’altrove che sconfina in Dio» – il nostro sarebbe semplicemente un ricordo nostalgico della vita che essi hanno trascorso quaggiù e condiviso con noi, e nulla più. E invece nella nostra fede li sappiamo vivi in Dio e, mentre preghiamo perché possano godere della gloria senza fine, nutriamo noi pure la speranza di ricongiungerci con loro.
Inoltre, la consolante certezza della risurrezione dei morti – che professiamo nel Credo – ci sprona a far sì che la nostra esistenza di quaggiù sia il più possibile conforme al Vangelo di Gesù, desiderando e scegliendo ciò che è dalla parte della vita. Infatti, ogni qualvolta noi scegliamo di essere corrieri di morte col nostro atteggiamento egoistico, volto alla soddisfazione di noi stessi nella spasmodica ricerca di sicurezze terrene, e chiuso alle necessità altrui, noi sperimentiamo il sapore amaro della morte. Le cose che intraprendiamo e di cui ci circondiamo, se private della luce dell’amore che Gesù ha posto al cuore della nostra vita cristiana, rivelano il potere insito in esse di svuotare l’animo da ogni sentimento di bontà, di comprensione, di solidarietà, di condivisione, in una parola di amore, e di comprimere, se non addirittura di spegnere, quel desiderio di infinito che alberga in noi e che solo nel Dio di Gesù Cristo trova il suo compimento.
Pensando ai nostri defunti e pregando per loro, questa sera vogliamo dunque riaffidarci all’amore di Dio. Esso è il filo rosso che tiene insieme e vivifica le nostre vite; è il cuore pulsante che ci sospinge a guardare oltre la nostra vita di quaggiù e a rinsaldare i nostri legami di carità anche con le anime dei fedeli defunti, elevando per loro preghiere di suffragio.
È il fuoco dell’amore che ci spinge a questo, perché è l’amore che ci fa sentire parte viva di quella “comunione dei santi” che annovera anche i fedeli defunti e che ci fa volgere ad essi il pensiero orante, come ci ha ricordato anche il Concilio Vaticano II, la dove dice: «La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e (…) ha offerto per loro anche i suoi suffragi” (LG, 50).
Tuttavia, non va dimenticato che la nostra preghiera per i defunti non solo può aiutarli, ma può anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore (cf. CCC, n. 958). Nella comunione dei santi, non vi è una relazione a senso unico. Non siamo, cioè, solo noi a pregare per loro perché siano purificati e possano giungere a godere della luce e della pace di Cristo nella visione beatifica di Dio. Nella misteriosa economia di salvezza – di cui è espressione anche la “comunione dei santi” – esiste una reciprocità che consente anche ai defunti di pregare per noi. E ciò avviene soprattutto nell’Eucaristia, la quale è sempre celebrata in comunione con tutta la Chiesa, del cielo e della terra, dei vivi e dei defunti (cf. CCC, n. 1354). Lì, nel mistero eucaristico, ci incontriamo davvero tutti in Cristo, il cui mistero di morte e risurrezione continua a generare nel suo corpo mistico comunione e salvezza. E così sia.






























