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Statio Quaresimale a San Paolo fuori le Mura

Mercoledì 18 marzo l’Abate Donato ha presieduto presso la Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura la celebrazione della liturgia stazionale quaresimale, espressione di una tradizione che ancora oggi accompagna il cammino verso la Pasqua.

Le chiese stazionali nascono come tappe di un percorso che non è solo liturgico, ma anche interiore. Il termine statio, che indicava un luogo di sosta, richiama l’idea di una pausa consapevole, un momento in cui fermarsi e ritrovare il senso del proprio cammino.

Fin dalle origini, queste celebrazioni sono state legate ai luoghi dei martiri, testimoni della fede e presenza viva nella memoria della comunità. Il loro esempio accompagna il tempo quaresimale, invitando a una riflessione più profonda e a una partecipazione più autentica.

La liturgia stazionale, quindi, non è solo un rito, ma un modo di vivere la Quaresima come esperienza condivisa, fatta di passi lenti, incontri e consapevolezza. Un cammino che prepara, insieme, alla Pasqua.

L’OMELIA del Rev.mo Abate Donato Ogliari

MERCOLEDÌ della IV SETTIMANA di QUARESIMA

Se volessimo cercare un denominatore comune nelle due letture proclamate, lo potremmo identificare nella preoccupazione amorosa che il Signore mostra a quanti confidano in Lui, assicurando loro la sua vicinanza e la sua salvezza.

Prima Lettura (Is 49,8-15)

In tal senso, la Prima Lettura, tratta dal Profeta Isaia (Is 49,8-15), è un brano che trasuda consolazione e speranza. Al popolo d’Israele che, esiliato in Babilonia, si sente abbandonato e vive nella rassegnazione, Dio prospetta il ritorno in patria, promettendo pace e protezione. Tuttavia il Signore non indica alcun segno concreto di quando e come ciò accadrà. Chiede semplicemente agli esuli di tenere lo sguardo fisso in avanti, di avere fiducia e di affidarsi alla sua promessa di salvezza, e per incoraggiarli, ricorre a un paragone molto suggestivo ed emotivamente denso. Dice, infatti: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai». Poiché le viscere sono l’espressione dell’amore tenero e incondizionato di una mamma per i propri figli, utilizzando questo paragone Dio assicura gli esuli che Egli riserva loro questo stesso amore materno.

Prevedendo una possibile obiezione, Dio continua col dire che, se anche dovesse esserci una mamma sventurata che arriva a dimenticarsi del proprio figlio, Lui, Dio, non rinnegherà mai la sua fedeltà e il suo amore. E tuttavia, come dicevamo sopra, questa rassicurazione di Dio si basa solo sulla sua promessa, dal momento che non vi è alcuna prova concreta che qualcosa stia davvero cambiando. Quella di Dio è dunque una rassicurazione unidirezionale, che si basa esclusivamente sulla sua Parola, e non su segni concreti che la salvezza promessa si stia inverando. È a questo livello che Dio saggia la fede e la fedeltà del suo popolo, e, oggi, saggia la nostra fede e la nostra fedeltà: la speranza in un futuro di salvezza non ha altri appigli se non una fiducia illimitata nella Parola di Dio!

VANGELO (Gv 5,17-30)

Nel brano evangelico ascoltato Gesù è accusato di trasgredire il riposo sabbatico (il riferimento è alla guarigione miracolosa di un uomo che da trentotto anni giaceva malato presso la piscina di Betzatà: Gv 5,1-16) e – infinitamente più grave e insopportabile – di farsi uguale a Dio. A tale accusa Gesù risponde dicendo: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco».

Per essere compresa correttamente questa affermazione va letta alla luce della distinzione operata dai rabbini tra il lavoro che Dio aveva compiuto nei primi sei giorni della creazione – lavoro seguito, come è noto, dal riposo nel settimo giorno, il sabato appunto – e l’azione della sua Provvidenza che, invece, una volta terminata la creazione si manifesta nella storia senza conoscere soste. Anche dopo la creazione, cioè, Dio continua a mostrare la sua vicinanza agli uomini, perché è un Dio che si preoccupa di loro e vuol far loro sentire la sua presenza amorosa che li sostiene e dona loro salvezza. Questo è precisamente ciò che Gesù vuole mostrare con la persona!

Guarendo di sabato, Gesù associa strettamente la sua azione a quella del Padre, alla sua Provvidenza, facendo sottintendere, in tal modo, di essere uguale a Lui. Ecco perché l’affermazione: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco»,suonava come una pretesa talmente inaudita agli orecchi dei giudei, da far loro dimenticare il miracolo che Gesù aveva compiuto presso la piscina di Betzatà guarendo un malato che da anni giaceva sul suo lettuccio.

Di fronte alla pretesa di Gesù anche l’evidenza del miracolo sembra non avere più alcuna importanza, e difatti i giudei vi antepongono i loro ragionamenti, insistendo sulla violazione del sabato, violazione che, secondo la legge, era meritevole di condanna.

È tuttavia importante – a questo punto – specificare la qualità della relazione che Gesù intratteneva con il Padre suo, che Gesù descrive come un dono. Infatti, la grandezza di cui egli gode non se l’è procurata da solo, ma l’ha ricevuta dal Padre suo: «Il Figlio da sé stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo» (v. 19).

La pretesa di Gesù di essere trasparenza del Padre non è, dunque, il frutto di una conquista personale, ma deriva dalla sua totale dipendenza dal Padre. Gesù può dirsi trasparenza del Padre perché tutto in lui, nella sua persona e nella sua attività rinvia al Padre. Egli è il perfetto obbediente al suo volere, come di nuovo affermerà egli stesso: «Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (v. 30).

È in questa intima relazione tra Gesù e il Padre che si gioca anche il nostro destino. Poiché Gesù è portatore di una rivelazione decisiva, l’ascolto della sua parola e l’adesione a lui si riveleranno fonte di vita anche per noi e ci renderanno figli della luce. Il rifiuto ci trasformerà, invece, in figli delle tenebre.

Può sorprenderci, infine, il fatto che Gesù dica di non cercare la propria volontà, ma quella del Padre che lo ha mandato. Sulle prime ci verrebbe, infatti, da pensare che il Figlio – grazie alla sua figliolanza divina – dovrebbe già conoscere la volontà del Padre, senza bisogno di doverla cercarla. In realtà anche il Gesù-uomo ha dovuto commisurare la sua volontà a quella del Padre. La sua obbedienza al Padre, cioè, richiedeva un continuo rivolgersi a Lui per sintonizzarsi con il suo volere in ogni ambito e in ogni momento.

Gesù ci insegna, dunque, che la volontà del Padre non è qualcosa di astratto, di cui – per così dire – ci si possa impossessare una volta per tutte. Al contrario, essa va cercata e colta nei solchi della quotidianità, all’interno delle concrete situazioni di vita che attraversiamo, con l’ausilio e alla luce della sua Parola di verità.

È emblematico, al riguardo, che Gesù cerchi la volontà del Padre all’interno di un’altra ricerca, quella dei giudei che cercano, invece, Gesù per trovare un pretesto per arrestarlo e metterlo a morte perché viola il sabato e si fa eguale a Dio. Anche in questo frangente difficile in cui i Giudei gli si oppongono aspramente, Gesù ci dà l’esempio di che cosa significa cercare, scegliere e seguire la volontà del Padre! L’hanno compreso l’apostolo Paolo e i tanti martiri che non hanno esitato a versare il proprio sangue, pur di rimanere fedeli al Signore e al suo Vangelo. Intercedano essi per noi, affinché anche la nostra quotidiana ricerca della volontà di Dio non sia oscurata dalla ricerca della propria volontà.

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