Repubblica – Il Paradiso terrestre a Roma

Così i monaci di San Paolo Fuori le Mura coltivano erbe medicinali ricostruendo l'Eden biblico

I benedettini realizzano rimedi fitoterapici ad uso esclusivo della
farmacia interna chiamata “Spezieria Monastica”

di PAOLO RODARI

ROMA – Dice il Siracide che è “dalla terra” che “il Signore fa spuntare erbe medicinali e chi ha buon senso non le rifiuta … con esse il medico cura le malattie e allevia il dolore; il farmacista le trasforma in medicamenti. .. così le opere del Signore non hanno mai fine e da lui gli uomini ricevono la salute”. È partendo da queste parole, scolpite nella Sacra Scrittura, che nel monastero di San Paolo Fuori le Mura, i monaci benedettini, per desidero dell’abate Dom Roberto Dotta, hanno creato un grande giardino nel quale coltivano molte erbe ed alberi citati dalla Bibbia. Si tratta di uno spazio che idealmente ambisce a riprodurre l’Eden biblico, un luogo senza tempo immerso in un’eterna primavera, da cui deriva quella “nostalgia del paradiso” cara alla tradizione monastica. Il giardino è dunque concepito come un’umile e laboriosa ricostruzione del Paradiso Terrestre, con i suoi alberi ” graditi alla vista e buoni da mangiare” e le sue erbe in grado di restituire la salute. Un’ampia area del giardino è occupata proprio dall’orto dei semplici. L’esigenza di un luogo destinato alla coltivazione delle piante medicinali, si è resa necessaria, in passato come nel presente, per rispondere all’esortazione di S. Benedetto che nel capitolo XXXVI della Regola affermava : “Degli infermi si deve avere cura prima di tutto e al di sopra di tutto, cosicché si serva a loro come a Cristo in persona”. Da qui la nascita all’interno delle cinte claustrali degli Hortus simplicium ove le piante officinali ” medicina simplex” venivano coltivate sotto la direzione di un “monachus infirmarius” che le raccoglieva ed impiegava nella realizzazione dei rimedi fitoterapici, ad uso esclusivo della farmacia interna, chiamata “Spezieria Mona· suca”. Un luogo, dunque, di pace e bellezza, in cui passeggiare e meditare, sostare e pregare, distendendo la mente dalle tante inquietudini quotidiane e divenendo occasione di riflessione intorno alla visione della natura intesa come “speculum” di Dio e mezzo atto ad avvicinarsi “per visibilia ad invisibilia” al modello di cui, l’universo è pallida immagine. La medicina monastica che affonda le sue origini nella Regola di S. Benedetto (VI sec.), vide nel medioevo con l’eclettica figura della badessa benedettina, Ildegarda di Bingen (proclamata nel 2012 Dottore della Chiesa), un raro esempio di donna medico e scienziata ante litteram. In Causae et Curae, scrive: “Nell’intera creazione, negli alberi, nelle erbe, nelle piante, negli animali, negli uccelli e anche nelle pietre nobili, vi sono forze terapeutiche nascoste, che non si possono conoscere senza la rivelazione di Dio” spiega Vincenzo Mazziotta, speziale dell’Abbazia di San Paolo che conosce le proprietà terapeutiche di ogni erba e spezia. 

Nel giardino crescono piante ricche di simboli. C’è il maestoso cedro del Libano e la piccola pianticella dell’issopo che ricordano Salomone : “Parlò delle piante, dal cedro del Libano all’issopo che sbuca dal muro”. L’olivo e la palma che venivano considerati simboli di bellezza e di pace. In particolare, la palma venne impiegata per decorare luoghi di culto ed i suoi rami venivano utilizzati per la festa delle Capanne: Gesù stesso fu acclamato con rami di palma durante la sua entrata in Gerusalemme. Il prodotto dell’olivo poi, l’olio, era ampiamente utilizzato nel culto antico, ne parla abbondantemente il libro dell’Esodo, e i rami della pianta furono portati dalla colomba a Noè come segno che le acque del diluvio si erano ritirate e la quiete era stata ristabilita sulla terra. L’arbusto che compare il maggior numero di volte nella Sacra Scrittura – più di duecento – e che racchiude in sé numerosi simboli è la vite. Essa era immagine di benedizione (Deuteronomio), di sapienza (Siracide), di matrimonio felice (Salmi) e di dolce relazione che intercorre tra Dio ed i suoi figli: “lo sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto”, recita Giovanni. Oltre agli alberi, ci sono le erbe. C’è il coriandolo, usato per aromatizzare il cibo e paragonato alla manna del deserto, la menta, l’aneto e il cumino. Quindi la senape, che Gesù usava spesso nelle sue parabole. E tantissime altre fra cui specie molto rare come la mandragora, l’artiglio del diavolo e piante di cotone. In tutta la tradizione dell’Oriente hanno sempre avuto un posto notevole le spezie e gli aromi per aromatizzare i cibi, per profumare ambienti e persone, per onorare le divinità e i sovrani. Così nella Bibbia delle spezie si parla ampiamente. La parola “profumo” deriva letteralmente dal latino “per fumum”, e in origine indicava l’odore piacevole del fumo ottenuto bruciando sostanze varie: resine, legni, semi, fiori secchi. Queste sostanze un tempo erano tanto richieste che alcune di esse viaggiavano fino a luoghi molto lontani dai paesi di origine ed erano considerate preziose come l’oro e le gemme. L’uso di bruciare aromi – di cui è prototipo l’incenso – nei riti religiosi è antichissimo: si ritrova in India e in Persia, in Siria e in Egitto. Gli egiziani usavano elaborate misture sia per le cerimonie di adorazione a Ra (il dio del Sole) che per l’imbalsamazione delle mummie: in questa però era escluso l’incenso, riservato al culto divino. Nel giardino monastico si possono incontrare anche questi aromi. Si tratta di un’immersione in qualcosa di antico, e insieme ricordo che diviene presente di una bellezza dalla quale, così dicono i monaci, tutti proveproveniamo. Il giardino monastico diviene un luogo in grado di guarire il corpo e lo spirito.

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